giovedì 4 marzo 2010

La zingara e gli uccelli...

Due zingare all'angolo della strada parlano tra loro in rom.
Indicano un albero, un grande platano sopra di loro.
Sul quale centinaia di uccelli, scarsamente visibili, perché troppo alti stridono gridano fanno rumore.
La zingara indica l'albero e china il capo.
Stanno tutti su un solo albero, gli uccelli. Lungo il viale decine di platani vuoti e silenziosi.
Ieri sera li avevo già sentiti urlare. Su un altro platano nella piazzetta dietro l'Ufficio Centrale della Posta.
E avevo pensato che la primavera stava arrivando al galoppo.
Stamattina gli uccelli e l'espressione della zingara e la sua mano, vecchia mano abbronzata, mi han fatto pensare a un presagio. Oscuro, ma inquietante.
Mi fermo, vicino alla zingara. Più che a guardarli, a sentirli stridere.
Sembrano vecchie anatre, oche impazzite.
Non se ne volano via nemmeno quando il tubo di scappamento di una moto che passa esclude ogni altro rumore.
La zingara mi guarda e mi fa segno.
Dice, "madame", ma indica gli uccelli.
Ho il riflesso scontato di stringere la tracolla della borsa con la mano destra.
La zingara mi guarda e sorride.
Poi scuote la testa.
Di colpo gli uccelli tutti si levano in volo e scompaiono dietro l'infilata di palazzi che chiude il viale.

domenica 21 febbraio 2010

L'orrore...l'orrore...

Di questi tempi, il "tempo" mi fa difetto.
La ragione per cui trascuro questo blog.
Eppure.
Eppure stamattina mi sono svegliata con le viscere ingrovigliate.
Mi ero detta: "Non farlo, Chiara!"  Mi ero detta "Perchè?" Ma il mio lato Wanda von Sacher ha avuto la meglio. E l'ho fatto.
Una curiosità morbosa. Lo ammetto. Di quelle che poi uno si pente. Come chi, per caso, assiste ad un omicidio e poi si trova invischiato nelle inchieste di polizia, e, comunque, si sente minacciato.
Assistere a un omicidio induce nei testimoni un senso di colpa permanente. L'ho letto da qualche parte. 
Non ho assistito a un omicidio, nei giorni scorsi. Ma a un funerale. 
Il funerale di un paese. E anche delle sue parti buone....
Le ultime parole di Cuore di Tenebra, sussurrate, strozzate da Marlon Brando dall'irealismo spettrale della sua giungla cambogiana: "L"orrore....L'orrore..."
Un orrore che in questo caso non è rappresentato da un evento, in cui c'è un prima "buono", e un dopo" cattivo". Un dopo "cattivo" che sorge di colpo, inaspettato, imprevisto, perturbante. Nel nostro caso, no.
L'orrore in questo caso è un lento fiume tranquillo. Che ci ha avvolto tutti nella sua appiccicosa potenza.
Il festival di Sanremo al quale abbiamo assistito (molti denegheranno, ma poco importa) non è altro che l'ultimo metro prima della cima, in un'ascesa lenta e costante alla quale partecipa una spedizione numerosa e volontaria, fatta dalla moltitudine degli italiani.
Il comune terreno culturale di un paese diviso e alla ricerca di un'identità è stato celebrato in queste sere che hanno ottenuto audience da record e in cui il grottesco è stato sdoganato, fatto diventare "cultura" con la benedizione di Bersani & Co.
Tutto è uguale.
Le prime avvisaglie le si era viste anni fa, tanti anni fa, quando a presentare una manciata di cantanti era salito sul palcoscenico di Sanremo quel Mikhail Gorbaciov, vedovo di recente, e incapace di sopravvivere lontano dai riflettori. Qualsiasi essi fossero.
Sullo stesso palcoscenico sfilano le miserie di un'Italia devota alla figura di un re da operetta che dichiara amor di patria e nell stesso tempo a questa sua patria fa un processo nel tentativo di riprendersi quanto crede di sua spettanza. Le miserie degli operai Fiat, specie in via di estinzione, i quali forniscono a un pubblico avido di sbranamenti leonini una sorta di cauzione moral-pietistica di stampo cattolico.
Sul palco la regina della serata, la musica, viene schiaffeggiata, sbeffeggiata, insultata, trattata come il Convitato di Pietra, l'assente tuttavia presente che fastidiosamente è neccessario evocare perché, incidentalmente, proprio lui costituisce la ragione ontologica della kermesse.
Tutto è uguale. Tutto è blob.
Che importa la musica? Che importa la creazione? Quello che conta è creare un rito collettivo avulso da ogni realtà fattuale, in cui "ci si senta 'noi'". Uniti nel porre nello stesso piano Pupi, premi Nobel, musicisti, gorgheggi da sotto la doccia la mattina prima di fare colazione, ministri, segretari di partito, ballerine di lap dance, "artisti".
Vittorio Emanuele viene definito un artista da un'Antonella Clerici che fa di tutto per non sembrare imbarazzata, forse nell'estremo tentativo di salvare la faccia in un rigurgito non voluto di coscienza.
E se lui è un'artista, lo siamo tutti. Forse basta una scoreggia filmata e registrata per farci assurgere all'universo dell'arte, in un paese che è diventato quella "nave dei folli" dipinta da Hieronymus Bosch e in cui i folli si mescolano ai savi senza che nulla più li distingua gli uni dagli altri. Risulta comunque difficile immaginare che i passeggeri di quella nave dei folli stiano parlando per bocca di Dio.
La nostra "nave dei folli" definitivamente restaurata, naviga allegramente alla deriva, scivolando sulle onde del mar.
Un mare di pestilenza, calmo come la pece, in cui i folli danzano allegramente storditi sulle note di "Italia, amore mio...".



lunedì 18 gennaio 2010

Non è una bufala....


Il testo della canzone di Pupo ed Emanuele Filiberto al prossimo festival di Sanremo......Giuro...non è una bufala!


ITALIA AMORE MIO
(Pupo) Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.
(E. Filiberto) Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.
(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.
(Pupo) Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.
(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
(Pupo) Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale.
(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.



...sento che il 2010 sarà un anno difficile da attraversare indenni....

lunedì 28 dicembre 2009

Altai di Wu Ming

Gli ebrei installitisi lungo le rive del Mediterraneo a Venezia, Cipro, Salonicco, Costantinopoli a partire dal 1492, dopo la cacciata da Granada su ordine di Isabella la Cattolica sono i protagonisti dello splendido romanzo di Wu Ming, Altai. E con loro, turchi, arabi, veneziani, bulgari, greci, dalmati, genovesi, spagnoli, portoghesi e schiavi e donne e marinai e dervisci e curatori e medici, spie, intellettuali e soldati.
Altai è un viaggio nel tempo che ha l'odore delle spezie che i veneziani facevano arrivare da oriente, il sapore dei piatti bipartisan che nascono da quello straordinario mix di culture e religioni che fu il Mediterraneo del XVI secolo, la puzza delle sentine delle galeazze, il rumore delle spade dei Giannizzeri e il suono della babele di lingue che si incrociavano nei porti del Mare Nostrum. Città che si parlavano, da una riva all'altra, incrociando saperi, scambiando libri proibiti, e scoperte e merci e donne e uomini, nella lingua franca dei marinai, nel didjo/giudesmo spagnoleggiante di ebrei e marrani, nell'arabo degli schiavi e dei moriscos,  nel veneziano parlato in quella Dubrovnik che allora si chiamava  Ragusa o nel grecano delle coste pugliesi.
Bastano i nomi e le lingue che costellano questo quinto romanzo dei Wu Ming, ideale continuazione del Q di Luther Blisset, a trasportare il lettore in un mondo lontano e nello stesso tempo vicino.
Il romanzo è costruito attorno all'idea impossibile e visionaria di Yossef Nasi, ricco ebreo insediatosi a Costantinopoli, di accaparrarsi Cipro per dare agli ebrei una terra rifugio dove vivere, commerciare, coltivare in pace gli ulivi e la tolleranza. Una nazione ebraica, asilo di libertà per tutti i perseguitati della terra, società di uguali e grande biblioteca del sapere capace di raccogliere tutti i libri invisi ai despoti.
La visione di Yossef Nasi, che ricorda il sionismo delle origini così come era stato teorizzato da Theodore Herzl, e si ispira al libero popolo di Munster, incontra gli ostacoli dettati dagli equilibri e dalle sottili alleanze che descrive bene Braudel nella sua opera più famosa.
Il romanzo esplode con l'incendio dell'Arsenale di Venezia e si conclude con due grandi avvenimenti storici: l'assedio dei turchi a Famagosta finito con la presa della città e il massacro dei suoi abitanti e quella battaglia di Lepanto, che, pur vinta dai veneziani, segnerà la fine dello splendore della Serenissima.
I personaggi, che in parte, sotto altre spoglie, ci giungono direttamente dalle cupe atmosfere di Q, sono carne viva e pensieri e parole che ce li rendono vicini nella lontananza di un'epoca di cui ancora oggi le rive del Mediterraneo hanno memoria.



giovedì 24 dicembre 2009

Un natale buono...

Stavo per scrivere gli auguri di Natale, di buon Natale, dunque, e mi sono chiesta cosa possa essere oggi un Natale buono.
La parola "buono" ha assunto, mi sembra, un connotato negativo.
Definire "buona", una persona, è quasi dargli dello scemo. O, quantomeno, risulta fastidiosamente riduttivo. Il "buonismo", in politica, è poi un comportamento indubbiamente stigmatizzato.
Cosa significa "essere buoni" oggi?
Mentre me lo chiedo mi vengono in mente immagini tratte da libri per bambini. La piccola fiammiferaia, il libro "Cuore", qualche racconto di Natale di Dickens.
La bontà o imbarazza o viene assimilata a comportamenti caritativi ottocenteschi.
Perché la bontà è passata di moda? Perché non è più un "valore"?
Se mi guardo attorno, per esempio, mi sembra evidente che la qualità di "essere buoni", non è cosa che risulterebbe utile se introdotta in un Curriculum Vitae. Le imprese non assumerebbero mai un dirigente "buono". Anzi, la sua eventuale "bontà" sarebbe probabilmente d'ostacolo alle esigenze dell'impresa. Un romanzo che contenesse della "bontà" finirebbe al macero, e la "bontà" non trova posto nelle parole delle canzoni, non più di quello che trova nei feuilleton televisivi, dove il "personaggio buono" viene calpestato nella lotta darwiniana per l'esistenza.
Un comportamento "buono", genera sospetto, quasi altro non sia che maquillage, maschera utilizzata per ottenere un vantaggio personale. Partire verso luoghi lontani ad esercitare pietà e generosità verso i deboli, lavoro un tempo dei missionari, oggi dei french doctors e assimilati,  è spesso visto come una fuga dal qui ed ora, o un tentativo di risolvere problemi psicologici individuali. Quando addirittura non è considerato un "job" come un altro, vantaggioso in termini di esotismo, spaesamento e capitale personale da spendere al ritorno a casa. I personaggi, unanimemente considerati "buoni" fino a qualche anno fa, sono oggetto di un revisionismo critico come, per esempio, è accaduto a Madre Teresa di Calcutta, dipinta da alcuni testimoni come una pazza crudele e autoritaria.
In una società autoritaria, spasmodicamente individualista, oppressa dal mito del "vincente", la "bontà" non ha luogo.
Il Natale "buono" che vorrei augurare, soprattutto a me stessa, mi risulta vuoto. Non gli so dare colore, odore, suono, parola.
E questa sensazione mi apre un baratro sotto i piedi.
A tal punto che non mi riesce proprio di augurare "buon" natale. A nessuno, neanche a me stessa.

martedì 22 dicembre 2009

Io e loro...



Questa è una delle foto che amo di più. Mentre la scattavo, dall'alto di una collina, mi chiedevo se tra me e chi abitava nella casa in mezzo al mare verde delle risaie di Yuangyang ci potesse essere qualcosa. Qualcosa che ci univa.
Mi chiedevo se chi viveva nella casina vedeva la stessa cosa che vedevo io : bellezza, bellezza assoluta, bellezza della terra, terra quadro, terra arte, madre terra...

domenica 20 dicembre 2009

I carnefici volontari di Brescia e dintorni...


In francese si dice écoeuré. Una parola che ha a che fare col cuore. Per dire che si è "nauseati" si usa anche "j'ai mal au coeur", letteralmente "ho male al cuore".
Moi, alors, j'ai mal au coeur.
Perché, la nausea che mi ha preso da giovedì sera, ha a che fare anche col cuore. Ma non solo.
Giovedì sera ho assistito a un reportage alla televisione italiana.
Girato durante una seduta del consiglio comunale di un paesino nei dintorni di Brescia, di cui non ho annotato il nome. Seguito dalle interviste fatte ad alcuni giovani in una discoteca, credo dalle stesse parti.
Da allora ho "male al cuore".
Al consiglio comunale viene votata una disposizione, (quattro i voti contrari) con la quale sindaco e assessori si impegnano genericamente a non varare nessuna norma che possa in qualche modo venire incontro alle richieste della comunità mussulmana che vive e lavora in quel comune.
In discoteca, i ragazzi, vanno ancora più lontano. Farfugliano al microfono, intercalando il dialetto all'italiano, frasi sinistre genere: "che i mussulmani se ne stiano a casa loro", "qua siamo a casa nostra" per finire, dulcis in fundo, con un "arabi e ebrei, bastardi, fuori dall'Italia".
Premetto che non è stata affatto l'ultima frase a farmi pensare alle famigerate leggi di Norimberga. Ci ero arrivata ben prima.
Ne I volonterosi carnefici di Hitler, controverso libro di Goldhagen, l'autore sostiene la tesi che i tedeschi ordinari, non solo erano al corrente dei pogrom nei confronti degli ebrei, ma addirittura li sostenevano, in nome del virulento antisemitismo che li abitava. Goldhagen, nel 1996, in un'intervista al New York Times, aveva spiegato che la sua ricerca partiva dalla questione seguente: gli storici dell'olocausto si erano sempre chiesti perché mai in Germania e in altri paese fossero stati dati determinati ordini, ma non si erano mai chiesti perché mai tali ordini venissero eseguiti o passassero impunemente a prescindere dalle norme vigenti.
Esattamente quello che mi chiedo oggi.
Com'è possibile che il prefetto di Brescia non prenda dei provvedimenti per annullare tali decisioni del Consiglio Comunale di Brescia, visto il loro palese contrasto con le leggi della Repubblica? Com'è possibile che si permetta lo svolgersi di riunioni pubbliche che, per la loro stessa natura, costituiscono un'apologia all'odio razziale?
Per non parlare della questione più profonda, che è alle base di comportamenti del genere: com'è possibile che una parte degli italiani sia caduta così in basso? Com'è possibile che dei ragazzi, dei giovani, possano nutrire dei sentimenti di odio così profondo nei confronti di gente che lavora nelle fabbriche di questo paese, arricchendo la comunità, non solo della loro diversità ma anche con la fatica delle loro schiene e coi calli delle loro mani? Com'è possibile che la cosa passi senza che la gente "normale" dica "basta!", "queste cose sono già accadute in passato!", "storie del genere non possono più avvenire in Europa!"?
E alla nausea si aggiunge la paura.
Una paura "déjà vu", una paura razionale, il terrore che loro - arabi, ebrei, neri, gialli o a strisce - mi vedano per quello che non sono, mi considerino, magrado me, parte di questa storia infame, solo perché non ho la stessa pelle che hanno loro, non mangio le stesse cose e non prego lo stesso dio.
L'Italia mi fa paura.
Mi fa paura perché scivola sempre di più nella barbarie.
Mi fanno paura i giovani razzisti che fanno capannello agli angoli delle nostre strade.
Mi fanno paura i prefetti che non vedono, non sentono, non dicono come le tre scimmiette.
Mi fanno paura gli sguardi che i vicini lanciano a chi non è come loro.
Le frasi pronunciate a bassa voce, e non più tanto bassa.
Gli eufemismi, le barzellette oscene, i nomignoli, i soprannomi.
Tutto l'armamentario che rende colui che se ne serve "carnefice volontario".
Nel senso chiaro che Goldhagen ha dato ai tedeschi che abitavano nei dintorni di Auschwitz e che hanno giurato e spergiurato di non essersi mai accorti di nulla.